martedì 11 novembre 2008

aspettando i risultati

Oggi a Gerusalemme si vota.
Tra le uscite di Olmert
alla commemorazione di Rabin.
Tra le violenze degli ultra-ortodossi.
Tra le intimidazioni degli arabi.
E si spera in una città con un futuro
non in bianco e nero.

Le foto le ho fatte
in occasione
di uno dei tanti giuramenti
di ragazzi e ragazze di leva
che si vedono,
andando al Kotel.

Questo è stato
poco prima delle feste.

giovedì 16 ottobre 2008

tempo di raccolto

Sukkot, tempo di raccolto. Tempo di godersi gli ultimi frutti della bella stagione, di cominciare a gustarsi qualche cavolo e le prime castagne.
Tutto questo mi fa ritornare in mente una discussione avuta questa estate. A dire il vero una serie di discussioni da patana di shabbat pomeriggio, che si ripropongo anche a distanza di settimane ogni volta che le solite persone si ritrovano intorno al tavolo.
La discussione riguadava la kasherut e l'essere vegetariani. Essere vegetariani significa mangiare kasher? Ho scoperto che molte persone a prima vista tendono a dire sì. E sconvolge molti far notare che il formaggio molte volte non è kasher perché usa caglio animale (mescolando così carne e latte) oppure che le uova vanno controllate per vedere se sono fecondate. Il massimo dell'incredulità lo si ottiene quando si arriva ad affermare che anche a mangiare verdura si rischia di non mangiare kasher: lasciando perdere i possibili insetti tra le foglie dell'insalata, restano comunque le normative relative alla agricoltura, come l'anno sabbatico che si è appena concluso in Israele.
Si leva allora classica la questione, ma insomma troppa roba, troppe norme. Andiamo al succo: quale è il significato di fondo del mangiare kasher. Ed è qui che il vegetariano ti frega, tirando in ballo che il senso - in fondo in fondo - sta nell'evitare di esercitare violenza e siccome essendo vegetariani non si esercita violenza, ciò è da preferirsi.
Non ho niente di personale contro i vegetariani, anche se tendenzalmente li trovo alquanto talibani. I miei gusti mi portano a non essere vegetariana, anche se non sono una carnivora incallita. Più di una volta mi sono anche trovata a pensare che grazie al cielo esistono i macellai, perché se dipenesse da me non avrei mai cuore di ammazzare una bestia per piccola che sia.
Poi però, un giorno, ho sentito una sega elettrica all'opera e mi sono affacciata: stavano tagliando una bellissima pianta di gelsomino, completamente in fiore. Ho chiesto alla vicina del piano terra. Mi ha risposto: "Mi dava noia". Me ne sono andata via disgustata.
Lezione che ho imparato sul perché non sono vegetariana.
L'uomo ha in mano la natura e non può che esercitare violenza su di essa, anche con la sua stessa presenza. Talvolta si fa anche prendere a mano. La differenza tra lo strappare una pianta e l'uccidere una mucca non sta nel fatto che la mucca abbia gli occhi o che stia più in alto nella scala del creato. A dire il vero non vedo affatto una differenza, sono due atti di violenza che l'uomo compie contro la natura - certo per cibarsi, per sopravvivere - ma tali entrambi restano.
Il vegetarianesimo vorrebbe come fine ultimo eliminare la violenza da questo mondo, non riesco a vedere come ci possa riuscire. L'ebraismo invece ci insegna che essa scomparirà
bayom hahu nell'era messianica, non baolam haze. Adesso ci dobbiamo convivere. E per fare ciò bisogna in primo luogo accettarla come perte del nostro essere umani, regolarla perché non ci porti ad eccessi. In questo vedo il senso profondo della kasherut.
Non basta salire sul pistillo di un fiore per salvare il mondo. Nè tantomeno ridursi a brucare come capre.

giovedì 2 ottobre 2008

marcovaldo ovvero le stagioni in città

Per Rosh Hashanah quest'anno siamo stati a Milano. Non mi chiedete il perché e guardatevi piuttosto i blog di mio marito. Strane sensazioni a ritornare in una città dove ho abitato e lavorato per un po'. Ma non è questo il punto.

All'arrivo a Milano ci hanno sommerso i manifesti di una nuova campagna di informazione del Comune sul verde pubblico in città, che ci ha - appunto - informato che a Milano ci sono 180.000 alberi. Censimento singolare e non troppo difficile, visti i numeri - mi viene da dire. Ma le battute in macchina si sono sprecate - ma hanno contato anche quei due stecchi lì o hanno avuto pietà?
Comunque, una domanda mi è venuta alla mente fin dal primo cartello: ma quanti abitanti fa Milano?
Passata la festa ho controllato su internet: secondo l'ISTAT nel 2008 il Comune di Milano conta 1.298.972 abitanti. Se si includono anche i comuni della zona nord-est (tipo Sesto San Giovanni, Cologno Monzese e Cinisello Balsamo) si arriva a 3.076.643. Se si considera poi l'intera area metropolitana, si toccano i 3.707.000 abitanti.
Insomma siamo buoni e leviamo casalinghe, pensionati e bambini, più qualche negoziante dell'hinterland, restano comunque circa 3.000.000 di persone che quotidianamente trascorrono buona parte della propria giornata a Milano usufruendo dei famosi 180.000 alberi.
Il conto è presto fatto: 1 albero ogni 16 persone circa.
Il che significa, in buona sostanza, che se tutti volessero sedersi all'obra nello stesso momento per riposarsi un po', non ci sarebbe spazio, a meno che non si trattasse di baobab.
Il che significa anche che se la metà che-può-fare-pipì-in-piedi di quei famosi 3.000.000 di persone volesse farla tutti insieme appassionatamente, si ritroverebbe con un albero ogni 8 persone. Cioè se la farebbero addosso.
Non so, forse è per questo che a Milano sono tutti sempre arrabbiati e la città puzza anche un po'.

domenica 21 settembre 2008

le solite nenie

Credo che prima o poi aprirò una rubrica di recensioni di sinagoghe in cui sono stata. La cosa mi sta veramente prendendo la mano e comincia davvero a preoccuparmi!
In vena di turismo sinagogale, dunque, siamo stati a quello che sembra essere un must degli ultimi anni a Gerusalemme: il minyan Shira Chadasha.
Per chi non lo sapesse, Shira Chadasha non è una sinagoga propriamente detta, ma solo un minyan, una chavurah, un gruppo, seppure bisogna dire ben nutrito, che si ritrova per shabbat e le feste in Gerusalemme, zona Katamon. Nonostante tutto ciò
che mi è stato detto per farmici andare, NON è un minyan egalitario e NON è un servizio divertente. E' un servizio cantato per buona parte, qusto sì - anche se abbondano nenie di varia natura e genere, dai nigunim chassidici a quelli di Carlebach.
E' un servizio ortodosso. Punto. Con tanto di separazione uomini donne e mechiztà. L'unica differenza è che le parti "aggiuntive" dei servizi sono iniziate a
cantare da una donna. Sarebbe sbagliato dire guidate, perché dopo la prima nota tutti cantano. Vale a dire nessuna donna farà mai un assolo da cantore, dirà mai un kaddish, guiderà l'amidà o lo shemà. Insomma, una volta ancora, le donne sono presenti, cantano, ma è come se non ci fossero, come se fossero dei manichini, degli accessori, degli ornamenti, proprio come le parti che benevolmente è loro concesso di "guidare". Al danno, si aggiunge la beffa, mi viene da dire.
D'altronde bisogna anche dire che anche tutto questo lasciar dire o pensare che non si tratti di un mimyan ortodosso ha anche in suo tornaconto - di successo intendo, non mi permetto di dire nulla sul piano economico. Shira Chadasha ha infatti il grande vantaggio di non essere una sinagoga stabile, di presentarsi come un gruppo. Se così non fosse, si porrebbe il problema di cosa fare se una ragazzina volesse diventare Bat Mitzva leggendo dal Sefer Tora. A quel punto la risposta sarebbe ovviamente no e allora come farebbero ad attirare tutti quei turisti e studenti reform americani che sono convinti di essere in un minyan egalitario?
Mi ha francamente molto deluso sentire studentesse rabbine dire che si trovano a loro agio lì e poi criticare perché alle volte vado al Tempio italiano o al minyan spagnolo-portoghese, perché mi piacciono le melodie.
Voto: 1
magen david (solo per le musiche di Carlebach)

giovedì 28 agosto 2008

lingua madre

Lo so sono oltre ogni tempo massimo per commentare qualsiasi cosa sull'ultima Fiera del Libro di Torino. Mi scuserete, ma non ero in Italia. Ero a festeggiare Israele da un'altra parte e ho visto il programma solo adesso che me ne sto in vacanza a casa dei miei.

Come cittadini d'Italia e di Israele siamo fieri di ciò che il nostro Paese natale ha fatto, dell'omaggio che ha voluto tributare allo Stato Ebraico nel sessantesimo anno dalla sua fondazione.
Però magari la prossima volta facciano rivedere le scritte in ebraico a qualcuno. Come si vede dalla foto, sul mappamondo, che è anche il logo riportato sui programmi, è scritto in tutte le lingue "lingua madre".
Solo che in ebraico c'è scritto:
אם שפות, Em Safot che vuol dire madre delle lingue e non lingua madre, Sfat Em: שפת אם