lunedì 25 agosto 2008

Campeggi estivi

"Questa è Viareggio" - dice una famosa canzone del carnevale. Dopo più di un anno sono tornata nella mia città natale per farmi un po' di vacanza. E così la mia città natale mi ha accolta: con una email del "Forum giovani Versilia" riguardante un campeggio. Il campeggio internazionale per la palestina. Ah sì - mi dico - c’era già stato lo scorso anno... Chissene. Poi leggo dove lo fanno: Campeggio gratuito dal 1 al 25 agosto 2008 presso la scuola elementare Lenci (Varignano).

No scusa, in una suola pubblica un campeggio politico?

L’animale insegnante che è in me si risveglia, prima ancora del mio essere israeliana, alla quale iniziative del genere puzzano molto, soprattutto quando non hanno nemmeno la patina della bilateralità. Seguo il link, c’è anche un video promozionale su youtube (se lo cercate c'è sempre, io non lo linko!). Lo seguo, prima ancora di leggere bene il programma.

Campeggio organizzato dall’Unione Democratica Araba Palestinese in collaborazione con il (famosissimo) Comitato a sostegno della resistenza del popolo palestinese Versilia. Bon.

Prima immagine del video: cartina di Israele e Territori plestinesi. Tutta verde. Alla faccia della Unione Democratica. Il video va avanti mentre il sangue mi sale alla testa.

"Con grande dignità (foto di bimbo che fronteggia un carro armato) resiste all’occupazione mlitare del governo sionista israeliano da ben sessant’anni". Blablabla "Da 60 anni vengono distrutti campi coltivati, sradicati gli ulivi. Distrutte case scuole e ospedali." Blablabla

Poi arriva il meglio: "I bambini palestinesi quando non torturati o uccisi vengono arrestati dagli israeliani dall’età di 12 anni e nelle carceri trattati come qualsiasi altro adulto in condizioni disumane." Il che vuol dire che non ci sono più bambini palstinesi in giro. Questo significa in lingua italiana quella frase. Col che si aprirebbe quella piccola domanda sulla provenienza delle foto di bambini che si vedono nel video, ma insomma... sono sottigliezze.

"Per dare ad alcuni giovani provenienti direttamente dai territori palestinesi occupati di vivere senza filo spinato senza bombe di respirare aria di libertà. Per stare dalla parte degli oppress e non degli oppressori".

Sigla di chiusura. Bel programma per una seratina d'estate.

Il problema sono ovviamente i contenuti, la disniformazione eccetera eccetera eccetera. Ma soprattutto la domanda che mi viene è: chi ha dato l’autorizzazione affinché una iniziativa del genere, palesemente portatrice di informazioni scorrette, di un messaggio di odio, contro il processo di pace, ecc.ecc.ecc. abbia luogo nei locali di una scuola? Evidentemente la dirigente delle scuole statali Lenci. La quale evidetemente non si è fatta problemi a dare in concessione (il che significa gratuitamente) la neo risistemata palestra della scuola non ancora inaugurata. Nonché i servizi, le cucine e così via.

La seconda domanda sorge ugualmente spontanea: chi ha pagato la doccia delle centinaia e centinaia di persone che secondo gli organizzatori hanno partecipato alla festa? Chi ha pagato loro la cena, visto che la cittadinanza pagava prezzi popolari mentre i campeggiatori niente? Ne deduco che il tutto sia finito sul conto della scuola, dei contribuenti direi. Vabbè, o non sono più contribuente in italia, ma mi girano ugualmente i cosiddetti.

La terza domanda è un po' più complessa: ma chi c'era davvero a questo campeggio? Gli organizzatori pubblicizzano la presenza di famiglie palestinesi. Da voci degne di fiducia si dice c'erano un paio di gruppi musicali, i quali non si capisce attraverso qauli difficile e complesse trattative diplmatiche o tunnel nascosti sotto il Mar Mediterraneo siano riusciti a giungere in italia, visto che i Territori palestinesi sono una prigione circondata dal muro dell’apartheid dalla quale è impossibile uscire. A parte questi gruppi, i palestinesi presenti so che provenivano da Oslo. Ora ad Oslo non mi risultano esserci campi profughi nè carri armati israeliani. Ma di questi tempi non si sa mai. Quanto poi alla presenza di famiglie con bambini, la popolazione locale pare pensarla diveramente da quanto dichiarato dagli organizzatori. Si dice che una delle prime sere alcui vicini nel cuore della notte si siano lamentati (al grido di "dove sono i bamboretti?") per il bordello proveniente dalla scuola ad opera di italici baldi giovani, .

Detto tutto ciò, mi chiedo ma che diavolo ci sono tornata a fare in Italia. E mi confermo nelle mie decisioni.

martedì 19 agosto 2008

Tikva Ahava z.l.

Tikva Ahava era la bimba di una mia cara amica, Gal. La gravidanza mi ha portato a legare molto con Gal, mia “sorella di pancia”, pur con qualche mese di differenza: Dov doveva nascere a marzo, Tikva a giugno. Mi è stata vicinissima, anche in alcune brutte settimane. Di quelle che non si augurano a nessuno. E poi con la sua ecografia morfologica, la situazione si è rovesciata, anche se non sono sicura di essere riuscita a darle tutto ciò che ho ricevuto da lei. La sua piccola in formazione che se ne sta serenamente sguazzando nel pancione ha una brutta malformazione al diaframma. Da Gerusalemme Gal, Dave e Dahlia, la figlia più grande, tornano negli Stati Uniti a San Francisco, nel centro mondiale per queste malattie. Tikva nasce, viene operata, lotta. Una settimana fa ci ha lasciati.

Non è come le cose dovrebbero andare. I genitori non dovrebbero seppellire i propri figli. I figli dovrebbero poter crescere, sereni, sani. Da dove può venire la forza per vivere una vita che è l’esatto contrario?

Da oggi nella birkhat hamazon dirò sotto voce e non a voce alta:
נער הייתי וגם זקנתי ולו ריתי צדיק נעזב

"Sono stato giovane e sono diventato vecchio e non ho mai visto un giusto abbandonato".

Da stasera dopo lo Shema’ canterò piano piano anche il salmo 121. Lo canterò al mio piccolo. Che possa sempre sapere che le braccia dei suoi genitori sono sempre pronte ad aiutarlo e sollevarlo, ma a volte servono braccia ben più salde delle nostre. E in quei momenti (che siano rari…) sappia sentirle. E riconoscere che anche quelle sono braccia di babbo-e-mamma, ma più forti. E che in quelle più grandi c’è un amore più grande, ma anche tutto il nostro amore.



martedì 29 luglio 2008

Essere donna להיות אישה

Non ho grandi passioni per l’esotismo, in particolare rivolto verso i miei vicini di casa di Mea Shearim. Sarà che il loro modo di vivere l’ebraismo è molto diverso dal mio, sarà perché non mi piace come vedono e come si comportano nei confronti del nostro Paese. Insomma io a casa mia, loro a casa loro. Massimo rispetto, massima privacy.
Molte tra le persone che conosco sono invece profondamente fascinate dal mondo chassidico, dall’ebraismo "originario" (?). Non so. Fatto sta che se provo a dirgli che anche la mia tradizione riformata ha più o meno quei due-tre secoli, esattamente come il chassidismo, non mi credono. Saremo troppo prosaici per gli animi puri, forse. Una ebbe a dire che venire in una sinagoga reform era come mangiare un biscotto senza sentirne il profumo.

Ad ogni modo, nonostante la mia avversione a volte la curiosità è la curosità. In un anno di vita gerosolimitana non avevamo ancora messo piede in una sinagoga chassidica. Insomma, per farla breve, con un paio di amici, ci siamo dati al “synagogue shopping” e siamo andati per Kabbalat Shabbat in una sinagoga di Mea Shearim, quella dei Breslover. Ci avevano detto che i Breslover sono molto aperti, quasi simpatici. Bah. Probabilmente stavano parlando di qualcun altro. O erano distratti. Non so. I ragazzi al piano di sotto pare che si siano abbastanza divertiti, anche se c’era un caos indiavolato e seguire il filo della tefillà era quasi impossibile. Per noi al piano di sopra è andata peggio.

Trovata con una certa fatica la porta dell’esrat nashim, della sezione riservata alle donne. Ci siamo inerpicate per una ripida e stretta scaletta, ingorgata di passeggini, bambine infiocchettate e donne di tutte le età affaccendate a rincorrerle. Arrivate finalmente alla nostra stanza non volevamo crederci. La stanza è una stanza chiusa, quasi senza finestre, piena di panche orientate regolarmente verso il cuore di Gerusalemme, cioè verso un muro bianco con una finestrella mezza rotta. Una parete della stanza è composto dalla metà in su da una grata fittissima, da cui non si vede assolutamente nulla a meno di non incollare un occhio alle fessurine dell’intreccio. Cosa alquanto difficile, anche perché le panche sono disposte perpendicolarmente alla grata e quindi solo le poche donne che sono accanto alla grata riescono a vedere qualcosa. E a dire il vero pare anche che non interessi neppure tanto. Tanto le scale sono affollate, tanto la stanza è silenziosa; non si sente neanche il consueto rumore di fondo della tefillà detta a mezza bocca. Tutte stanno pregando. In completo silenzio. Solo il rumore dei ventilatori. Ventilatori che fra l’altro, stando esattamente sopra la grata, impediscono di sentire qualsiasi suono che provenga da una decina di metri più sotto dalla sala degli uomini. Ad un cero punto dal piano di sotto si leva un turbinio di voci, qualche bambina corre verso la grata. Dopo poco tutte ci giriamo verso occidente. Era il Lekhà dodì. Buono a sapersi. Ad ogni modo, a quel punto avevamo già deciso di andarcene. Volevamo chiedere a qualcuno di dire ai nostri mariti di uscire, ma niente da fare. Ovviamente agli adulti non potevamo parlare perché non si rivolgono alle donne, i ragazzetti invece erano tutti presi a giocare che non ci davano certo retta a noi che tra l’altro eravamo di fuori. Insomma abbiamo passato l’ora successiva a camminare tra le stradine di Mea Shearim. Ve ze’hu. Shabbat shalom.

Mi hanno detto tante volte che noi donne non possiamo partecipare al culto per tante ragioni. Perché non dobbiamo imitare quello che fanno gli uomini. Perché abbiamo già tante miztvot specificamente femminili. Perché siamo già più elevate degli uomini e quindi non abbiamo bisogno di pregare (ed è per questo che stiamo in alto, nel matroneo). Mi avevano detto anche che la voce di una donna non si deve sentire in preghiera, perché è come una nudità e potrebbe portare gli uomini che devono pregare verso cattivi pensieri. Non mi è stato mai detto che l’intero essere donna sia così sbagliato che dobbiamo essere completamente ignorate. Non mi sono mai sentita così inutile. Posso anche cercare di capire la bacata logica che dalla halakhà porta ad un ampliamento tale della miztvà. Non posso comprendere, né giustificarlo.

Insomma io a casa mia, loro a casa loro. Massimo rispetto, massima privacy. Anche del mio modo di cucinare i biscotti, però.

lunedì 21 luglio 2008

Ma allora è a questo che servono!

Sembra che tutte le mie amiche in Italia e non, quest'anno si siano messe a figliare. Neanche ci fossimo messe d'accordo. Le esperienze che vengono dalle sale parto sono le più disparate. Ancora più disparate sono le notizie che arrivano una volta tornate a casa. Pannolini. Notti in bianco. E le poppate.
Se non ho capito male, in Italia si tratta anche di un problema "politico", dopo la manifestazione delle mamme in piazza con poppata collettiva di un mese fa. Ma da qui tutto sembra molto lontano. Nessuno si sognerebbe mai di dire che stai facendo un atto osceno in luogo pubblico se allatti tuo figlio al ristorante o in un parco.
Al di là della questione pubblica, però è l'aspetto personale che mi ha lasciata perplessa. Dalla testimonianze di vita vissuta pare che questa attività propria di tutti i mammiferi si stia atrofizzando nella specie umana. Perché il bimbo non si attacca. Perché le è andato via il latte. Perché ha avuto il cesareo... La cosa mi ha talmente impressionata che mi sono pure messa a guardare, tra una poppata e l'altra, i forum di allattamento. E, incredibile a dirsi, ecco le stesse situazioni e a quanto pare soprattutto gli stessi consigli dei pediatri.
Caso I - "Pesi il bimbo prima, poi lo tenga attaccato solo cinque minuti per seno. Tanto poi non tirano più latte, ciucciano solo perché gli piace. Poi lo ripesi e quel che manca alla quantità X che ho detto glielo dia di artificiale."
Caso II - "La bambina piange dopo pochi minuti che si è attaccata? Si vede che ha poco latte. Gli dia la giunta di artificiale."
Caso III - "Se ha fatto il cesareo, non può mica avere il latte."
In base alla mia scarsissima esperienza di quasi 5 mesi, di fronte a queste risposte di dottori mi sorgono solo delle nuove domande.
Caso I - Come mai le ostetriche e la letteratura sull'argomento dicono che il minimo di una poppata che sazi per un bel po' un bimbo sono 20 minuti e che anzi bisogna avere un bel po' di pazienza soprattutto all'inizio? E poi anche se il bimbo restasse sul seno per piacere, ci sarebbe qualcosa di male? Dove sta scritto che con l'allattamento diamo solo latte ai nostri cuccioli?
Caso II - Come mai non è venuto in mente a questo signor dottore che forse la bimba ha soltanto un ruttino da fare? Se ci sono arrivata io da sola, perché non dovrebbe arrivarci un laureato in medicina? Inoltre, non lo sa il dottore che meno latte si tira e meno ce n'è?
Caso III - Come mai tutte le donne che ho visto in ospedale io che hanno fatto un cesareo stavano allattando? Perché esisterebbero delle posizioni per allattare in modo più comodo dopo un cesareo, se fosse fisicamente impossibile avere il latte?
Insomma, capisco perfettamente la sfortuna. Ci sta nella vita e ho nel cuore tutte le mamme che per un problema o per un altro non possono allattare. E mi dico, meno male che adesso ci sono anche dei buoni latti artificiali. Ma può starci la sfiga di qualcuna, non la debacle del versante femminile del genere umano!
Che cos'è dunque che non funziona, visto che fino a prova contraria sono millenni che le tette sono prodotte secondo lo stesso modello?
La mia impressione è che a mancare siano soprattutto qualche iniezioni di fiducia in se stesse e di pazienza alla mamma, la certezza di non essere sole e sapere che le cose vanno esattamente come devono andare. Soprattutto, dai racconti che mi arrivano dall'Italia mi pare che manchi un supporto immediato e continuato. Perché -sì- dà tante soddisfazioni allattare, ma può essere anche pesante. Tanto pesante.
La mia esperienza qui all'ospedale Hadassah di Gerusalemme è stata molto diversa. Quando il mio piccolo è nato di poco più di 2 chili alla fine dell'ottavo mese di gravidanza, era palesemente troppo debole per ciucciare direttamente il latte dal seno, ma assolutamente bisognoso di prenderne in abbondanza e in modo costante. Un po' sconsolata per come era andato il parto e davanti a quello scricciolo che davvero avevo paura di rompere, mi sono vista avvicinare da una matronesca infermiera russa. Per prima cosa ha cominciato a far collaborare mio marito (il quale certo voleva farlo, ma come me non sapeva da dove cominciare) e lo ha spedito a prendere in comodato una macchinetta tira latte. Poi a quattr'occhi mi ha spiegato come usarla. Mi ha detto che ce la potevo fare, che la macchinetta poteva aiutarmi ad avere il latte fino a che Dov non fosse stato in grado di prenderlo da solo. Che non mi dovevo preoccupare se all'inizio era poco, che sarebbe venuto di sicuro e che in ogni caso lei era lì. Che la chiamassi.
Ho vivissima l'immagine di quando ho portato i primi cc di colostro all'infermiera. Fiera come avessi fatto le uova d'oro. Ma anche con una grande paura perché vedevo che era poco. Mi ha fatto i complimenti (come fossi stata una brava mucchina...). Con cura ha preso una siringa e lo ha messo nel bakbuk di Dov e me lo ha dato.
Sentire di star facendo una cosa importante, che solo io potevo fare e che proprio per questo meritavo tutto il supporto possibile.
Proprio per questo consiglio due cose.
Per chi si trovasse in situazioni di emergenze provate a contattare la Leche League (c'è in tutto il mondo).
Per chi ancora fosse in tempo per prepararsi, consiglio di leggersi: So that's what they are for! di Janet Tamaro. Un consiglio di una amica americana: spassosissimo e utilissimo.

lunedì 7 luglio 2008

indipendence day

Pensando a tutti gli amici che questo anno mi hanno fatto capire la loro America.
Hope you had a happy July 4th!



IF I HAD A HAMMER (The Hammer Song)
words and music by Lee Hays and Pete Seeger

If I had a hammer
I'd hammer in the morning
I'd hammer in the evening
All over this land
I'd hammer out danger
I'd hammer out a warning
I'd hammer out love between my brothers and my sisters
All over this land

If I had a bell
I'd ring it in the morning
I'd ring it in the evening
All over this land
I'd ring out danger
I'd ring out a warning
I'd ring out love between my brothers and my sisters
All over this land

If I had a song
I'd sing it in the morning
I'd sing it in the evening
All over this land
I'd sing out danger
I'd sing out a warning
I'd sing out love between my brothers and my sisters
All over this land

Well I've got a hammer
And I've got a bell
And I've got a song to sing
All over this land
It's the hammer of justice
It's the bell of freedom
It's the song about love between my brothers and my sisters
All over this land